Considerazioni e storia del fumetto

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Riesce molto difficile delimitare le origini del fumetto che paiono essere lontanissime, le si vogliono trovare nelle pitture rupestri preistoriche, in vignette colorate dell’epoca egizia, nella medioevale “Biblia pauperum”, che raccontava con immagini e versetti la vita di Cristo.

Come esempi di protofumetti citiamo l'”Iscrizione di San Clemente” a Roma e il famoso “Codice Mendoza” che spiegava le abitudini educative, molto dure e restrittive, degli antichi Aztechi prima della dominazione spagnola. Per lo più lo si considera nato nell’Ottocento come prodotto della civiltà industriale, pur ammettendo che la sua prima comparsa sia da ravvisarsi alla fine del Settecento, in Francia, quando la borghesia, per giovarsi dell’appoggio delle classi analfabete, si era avvalsa, per diffondere i propri ideali, di immagini fortemente espressive dipinte su cartelli e manifesti.

La tesi ci pare giusta: il fumetto risponde alle grandi trasformazioni attuate anche nel campo della cultura della rivoluzione industriale: da una parte, l’industria produce cultura, diffonde modelli di comportamento per rafforzare se stessa e l’establishment, soggetta alle leggi della concorrenza e del profitto; dall’altra, una massa sempre più numerosa di fruitori chiede una cultura in cui il testo abbia scarso rilievo, a beneficio dell’immagine che più immediatamente viene recepita, in modo da permettere un “consumo” rapido ed intellettualmente non troppo impegnativo.

E’ un fenomeno tutt’oggi esistente: non mancano in fatti esempi significativi di romanzi classici divulgati per questa via. Vari anni fa destò scalpore la “Bibbia a fumetti”: enti cattolici, che si supponevano più ad altri legati alla tradizione, sacrificavano la complessità culturale del testo alla superiore esigenza di “educare” i fedeli ai principi fondamentali e immediatamente recepibili, anche da persone di media cultura, del Vecchio e del Nuovo Testamento. Altri esempi analoghi sono, per fare solo un esempio, “La storia d’Italia a fumetti” o “La storia della chimica a fumetti” che, possiamo dire, argomenti apparentemente, non facilmente divulgabili con il mezzo del fumetto.

Propriamente il fumetto (‘comic’ in anglosassone, ‘bande dessinèe’ in francese, ‘historieta’ in spagnolo, ‘manga’ in giapponese) è un prodotto stampato consistente in una storia per immagini in cui il testo è sostituito da uno o piu’ disegni o fotogrammi, raggruppati in una striscia (strip) di tre o quattro vignette, una tavola o pagina intera a più strisce o un album a più pagine, con brevissimi dialoghi che escono dalla bocca dei personaggi in forma di nuvolette di fumo da cui il nome di questo genere di prodotto.

A volte, sotto o di fianco, compare una breve didascalia di raccordo o illustrativa. Il testo è così ridotto al minimo; sono abolite le descrizioni del paesaggio e quelle psicologiche; non resta che il dialogo, anch’esso limitato all’essenziale. Per consentire una maggior facilità di ricezione, i suoni, una volta descritti con lunghe frasi onomatopeiche, vengono espressi con scritte monosillabiche in rilievo, esse pure onomatopoiche: “bang” e’ lo sparo; “zipp” e’ il fischio della pallottola; “smak” e’ il bacio sonoro; “splash” il tuffo nell’acqua, e così via.

Il romanzo richiede al lettore un’integrazione visiva (leggendo, si “vede”, si crea praticamente un film con i primi e i primissimi piani, si dipingono i ritratti dei personaggi, ovviamente in chiave del tutto soggettiva; l’uso è così radicato e naturale che ogni qual volta un classico viene adattato per lo schermo, televisivo o cinematografico che sia, moltissimi spettatori protestano sentendosi “traditi” dalla nuova versione che non può collimare con la loro).

Nel fumetto avviene invece il contrario; nessuno si pone un’alternativa visiva; l’immagine del tutto esauriente; raramente poi essa sollecita un integrazione del testo. Una situazione simile a quanto si è detto, della trasposizione filmica, del romanzo si ha del fumetto, quando esso dalle pagine della carta stampata, magari in bellissime chine in bianco e nero, viene proposto come cartone animato; nella maggior parte dei casi il fumetto ci guadagna in resa, in quanto i personaggi sembrano animarsi e apparire piu’ reali. Tanto che oggi, grazie alle sempre piu’ sofisticate tecniche cinematografiche ed all’ausilio della computer-grafica, personaggi dei fumetti ed attori in carne ed ossa interpretano, fianco a fianco, storie altrettanto i interessanti ed avvincenti come quelle dei fumetti ma questa comunque è un’altra storia.

Nei confronti della società il fumetto può assumere due ruoli antitetici: può rafforzare i miti vigenti, i rispecchiare cioè gli interessi della classe al potere che per questa via propaganda i suoi valori relegando il lettore ad un ruolo passivo e fingendo di rispecchiarne gli ideali mentre in realtà gli inculca i propri; può, in altri casi, più rari, quando è opera di veri artisti o di uomini politicamente impegnati, svolgere una funzione critica, di mediazione o dissenso.

E’ questo, ad esempio, il caso di Charlie Brown si Schulz, specchio del disaggio psicologico dell’uomo moderno, incapace di “comunicare”. Carattere fondamentale del fumetto, che lo distingue dal romanzo, anche da quello d’appendice, e che lo imparenta piuttosto con la commedia delle maschere è la struttura iterattiva, vale a dire la ripetizione di certi chlichè: la psicologia del protagonista e il tipo di avventure che egli vive. Si tratta di un’iterazione resa indispensabile dalla stessa natura del fumetto e dal fatto che il lettore deve “riconoscere” immediatamente i personaggi e non impegnarsi nella ricostruzione di antefatti. L’iterazione, nella maggioranza dei casi, è un grosso limite che puo’ produrre il convenzionale, il monotono, il risaputo; più raramente divanta ausilio, uno strumento capace di approfondire il tema; abbiamo allora l’iterazione ossessiva in funzione della rivelazione di comportamenti sociali altrettanto “chiusi” e senza sviluppo; è il caso di Bristow di F. Dickens, il piccolo impiegato assediato dai “riti” dell’azienda e che riesce a crearsi e a mantenere il suo piccolo spazio di libertà.

L’Europa, per sua stessa tradizione culturale, ha opposto una tenace resistenza alla diffusione del fumetto, legata com’era all’ideale classico della letteratura, fondato sul libro, sulla lingua aristocratica, non sulla lingua parlata e tanto meno sull’immagine.

Quando poi il fumetto fu accolto, vennero apportate modifiche significative: se ne nobilità il linguaggio, si eliminarono le “nuvolette”, causa principale della condanna dei “cartoons” americani, sostituiti da strofette in rima baciata sotto l’immagine, che davano un apparenza di decoro e limitavano il “danno”. In Italia la produzione rimase per lungo tempo rivolta ai bambini. Al riguardo basti pensare alle pagine pubblicate sul Corriere dei Piccoli, con il Signor Bonaventura, eroe fortunato, buono ed ingenuo, creato da Sto, Sergio Tofano, attore ed illustratore italiano, al tenero e patetico antieroe, Marmittone di Bruno Angoletta e al settimanale Topolino (1932) in cui si alternano i disneiani, personaggi statunitensi e protagonisti del fumetto italiano. In un secondo momento si ebbe un tentativo di fumetto avventuroso e fanascientifico “Saturno contro la terra” di G. Scolari; ma solo negli anni Sessanta, con l’impegno intellettuale di Guido Crepax e di E. Lunari il fumetto italiano ha compiuto un salto qualitativo. Dopo il 1968, grande successo hanno gli “strip” satirico-Politici di Chiappori, Altan, Pericoli e Pirella, Forattini, Milazzo e Berardi, Giardino. Un tipo antitradizionale di fumetto viene qui proposto da pubblicazioni satiriche e di contestazione (Il Male) e di cultura “postmoderna”; mentre nel campo dell’avanguardia puramente stilistica opera il gruppo “Valvoline” (Carpinteri, Iori, Igor, Mattotti, Brolli). Oggi in Italia, e sia pure con notevole ritardo (spiegabile con ragioni sia culturali che storiche), escono molte pubblicazioni di fumetti per adulti, fioriscono numerosi studi dedicati al fumetto, esaminato sotto varie angolazioni e con numerosi studi dedicati al fumetto, esaminato sotto varie angolazioni e con un’impegno critico di prim’ordine. Le resistenze vanno dunque attenuandosi: non mancano, anzi, testi scolastici che usano con successo le vignette ed il fumetto per scopi didattici, soprattutto per l’insegnamento linguistico. Il fumetto nasce in chiave comica (all’inizio si chiamava “comic baloon”, letteralmente “pallone comico”, dove “pallone” indica la navoletta; o “funny story”, storia buffa).

La nascita ufficiale del fumetto moderno si fa risalire al 1892, quando sul giornale americano “Examiner” apparvero le storielle comiche di James Guilford Swinnerton. Nel 1894 Hearst dette enorme diffusione ai “comics” (le strisce comiche), che conquistarono milioni di lettori. Ma il fumetto realizzato con le tecniche che ci sono ormai familiari risale al 7 luglio 1895, allorquando il suo inventore Richard Felton Outcaut (1863-1928) pubblicò le sue tavole nell’edizione domenicale del “New York World”.

Si trattava di un unica, grande vignetta, piena zeppa di curiose figure, molto pittoresche, tra cui capeggiava il personaggio fisso, un grottesco ragazzino completamente calvo, con la faccia da cinesino e dalle orecchie a sventola, crudele e violento, che venne subito battezzato Yellow Kid (lett.”Monello Giallo”), era vestito con un buffo camicione giallo lungo fino ai piedi, sul quale era scritta una frase impertinente e maliziosa, di volta in volta sempre diversa. Il “bambino giallo” di Outcault passa nel medesimo anno dal quotidiano di Joseph Pulitzer al “New York American Journal”, appartenente a William Randolph Hearst, un editore corrente. La lotta tra questi due grandi creatori di carta stampata ha dato origine alla consuetudine, seguita ben presto da un pubblico sempre più vasto ed interessato di lettori, di pubblicare un supplemento illustrato domenicale dove comparivano queste strisce o “strips” (striscia è la voce tradotta dall’inglese “comic strip”, propriamente ‘strisce comiche o avventure a fumetti’).

E ancora ai nostri giorni molti quotidiani riportano, vuoi nell’edizione della sera, vuoi a giorni stabiliti, la colonna consacrata al fumetto, cioè a quelli che sono diventati gli “eroi di carta”. Si deve pure ad Outcaolt la creazione di Buster Brown, un fanciullo ben educato, inventato in seguito alle proteste della borghesia benpensante, di moralisti ed educatori per il cinismo di Yellow Kid. Poco dopo James Guilford Swinnerton diede vita a un mondo popolato di animali ragionanti, riprendendo l’antichissima tradizione della favola esopica ed aprendo la strada a George Harriman che, nel 1910, ideò Ignatz, il topo che appariva nei quotidiani assieme a Krazi Kat, e creò una storia poetica e surreale sul non corrisposto amore del gatto, una creatura delicata e sensibile, per il topo violento ed aggressivo. Su questa strada si sarebbe posto poi, ma con impegno poetico minore ed accordando uno spazio assai più vasto all’avventura, Walt Dianey, che avrebbe proiettato nelle sue tavole i costumi dell’America capitalista e paternalistica facendo si che la tematica dei “comics” acquistasse nuovo vigore e sviluppo con l’irruzione del dieneyano Michey Mouse (Topolino, 1923).

Ma la tipologia del fumetto è assai varia e vasta, intorno al 1930 nacque il fumetto del genere avventuroso-esotico: Tarzan ne è il capostipite, Mandrake, Terry, ecc.; accanto al quale si affermano le storie poliziesche e il fumetto di fantascienza: Flash Gordon; quello dei super uomini: l’Uomo Mascherato, Superman, Batman; il poliziesco, il western, suello d’ambiente familiare, basato sullo scontro-incontro di una coppia di coniugi, spesso con il marito nella parte di vittima; quello di guerra, di critica sociale e politica, e, ultimamente, il sexy e l’erotico, con frequenti aperture al sadico. E’ naturalmente impossibile soffermarsi dettagliatamente su ognuno di essi; si può dire solamente che studiarli equivale a cogliere da un’angolazione nuova, ma estremamente interessante, gli sviluppi ed i miti della moderna società.

A volte uno stesso eroe, nato come ribelle, o come cavalleresco difensore della giustizia, operante in margine o al di fuori del sistema politico, viene successivamente “inquadrato” e collabora con la forza dell’ordine. Il “tradimento” che egli compie ai danni della sua stessa natura di uomo indipendente è estremamente istruttivo, perche’ rispecchia i condizionamenti che, direttamente o indirettamente, hanno ricevuto i suoi autori, trasferendolo all’interno del sistema, in nome della “legalita’”. Un esempio di questa evoluzione lo coglieremo analizzando la storia del personaggio di Topolino, passato, da campione energico ed astuto, a modestissima figura di poliziotto di secondo piano. Un altro esempio, più recente, di come i produttori siano influenzati dal sistema, ma in questo caso sarebbe meglio dire dal mercato, e quello del popolarissimo eroe americano Superman, che è stato ucciso e poi risorto (che sia veramente un superuomo?!) e, proprio recentemente, finalmente si è sposato con la sua eterna fidanzata Lois Lane, collega giornalista del suo ‘alter ego’ Clark Kent.

Tutto ciò per stupire i propri lettori, aumentare le vendite e dare nuovo vigore ad un personaggio che, se pur celebre, cominciava a sentire sulle sue spalle il peso degli anni, Superman infatti, debutta nel 1938 per mano dei suoi creatori Jerry Siegel e Joe Shuster. Successo e diffusione hanno trasformato il fumetto in un grosso business, che alimenta una poliedrica produzione collaterale, ispirata ad i suoi personaggi (capi d’abbigliamento, oggettistica, ecc): tipico, in questo senso, il caso dei Peanuts di C. M. Schulz. Comunque i personaggi dei fumetti, sin dagli inizi, che risalgono ormai a più di un secolo fa, non hanno mai smesso di stupire i propri lettori e certamente non smetterano adesso di farlo.